Lavoro Dipendente

Ferie non godute del dirigente: prova a carico del datore

La gestione delle ferie annuali rappresenta un tema di particolare rilievo per i datori di lavoro e per i consulenti che li assistono, soprattutto quando il rapporto di lavoro si conclude e il lavoratore rivendica il pagamento dell’indennità sostitutiva per ferie non godute. La questione assume profili ancora più delicati nel caso dei dirigenti, tradizionalmente considerati titolari di un’ampia autonomia organizzativa. 

Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione interviene nuovamente sulla materia, offrendo nuove indicazioni di interesse operativo sul riparto dell’onere della prova e sull’interpretazione delle clausole collettive, alla luce dell’evoluzione della giurisprudenza nazionale ed europea.

Il caso ferie non godute escluse dalla monetizzazione

La controversia trae origine dalla cessazione del rapporto di lavoro di un dirigente di azienda industriale, che aveva agito in giudizio nei confronti della società datrice per ottenere, tra l’altro, il pagamento dell’indennità sostitutiva delle ferie non godute, maturate nel corso di più anni. 

In primo grado alcune domande erano state accolte, mentre altre – tra cui quella relativa alle ferie – erano state respinte. 

La Corte d’appello, in parziale riforma, aveva confermato il rigetto dell’indennità per ferie non godute, ritenendo che il dirigente, in ragione della posizione apicale ricoperta, avesse piena libertà di autodeterminarsi nella fruizione delle ferie e che non fosse stata fornita la prova di esigenze aziendali eccezionali tali da impedirne il godimento.

Secondo i giudici di merito, l’assenza di impedimenti oggettivi e imprevedibili, unitamente all’autonomia decisionale del dirigente, escludeva il diritto alla monetizzazione delle ferie non fruite. Avverso tale decisione veniva proposto ricorso per cassazione, contestando l’impostazione seguita dalla Corte territoriale e denunciando una non corretta applicazione dei principi elaborati dalla giurisprudenza più recente.

Le decisioni di merito: responsabilità del dirigente

Nel giudizio di appello, il quadro probatorio era stato valutato nel senso di escludere qualsiasi responsabilità datoriale nella mancata fruizione delle ferie. La Corte territoriale aveva richiamato un orientamento giurisprudenziale consolidato, secondo cui il dirigente che non eserciti il proprio potere di determinare il periodo di ferie non ha diritto all’indennità sostitutiva, salvo che dimostri l’esistenza di necessità aziendali assolutamente eccezionali.

Tale ricostruzione si fondava su una lettura tradizionale del rapporto dirigenziale, incentrata sull’autonomia del lavoratore apicale e su un conseguente alleggerimento degli obblighi organizzativi in capo al datore di lavoro. Inoltre, la Corte d’appello aveva interpretato le previsioni del contratto collettivo applicabile in modo restrittivo, ritenendo che la monetizzazione delle ferie potesse operare solo in casi residuali e rigorosamente provati dal lavoratore.

La sentenza della Cassazione: onere prova sul datore di lavoro

Confermando un nuovo orientamento espresso a maggio 2025,  la Corte di Cassazione ha accolto,i motivi di ricorso relativi alle ferie non godute, cassando la sentenza impugnata e rinviando la causa alla Corte d’appello in diversa composizione. I giudici di legittimità hanno chiarito che il diritto alle ferie annuali retribuite costituisce un diritto fondamentale e irrinunciabile del lavoratore, incluso il dirigente, e che ad esso è intrinsecamente collegato il diritto all’indennità sostitutiva in caso di cessazione del rapporto.

In coerenza con l’orientamento ormai consolidato, la Corte ha affermato che grava sul datore di lavoro l’onere di provare di avere adempiuto al proprio obbligo di consentire l’effettiva fruizione delle ferie, dimostrando di avere invitato il lavoratore a goderne e di averlo informato in modo chiaro e tempestivo delle conseguenze della mancata fruizione. Solo qualora il datore fornisca tale prova, può configurarsi la perdita del diritto alle ferie e alla correlata indennità.

La Cassazione ha quindi censurato l’impostazione della Corte territoriale nella parte in cui aveva addossato al dirigente l’onere di dimostrare l’esistenza di esigenze aziendali eccezionali, ritenendo tale criterio non più conforme all’evoluzione della giurisprudenza, anche di matrice unionale. La decisione assume particolare rilievo per i datori di lavoro, chiamati a strutturare adeguati sistemi di gestione e tracciabilità delle ferie, e per i consulenti, che devono valutare con attenzione il rischio contenzioso connesso alla cessazione dei rapporti dirigenziali.

II precedente: Ordinanza Cassazione 13691 2025

Anche con l’ordinanza n. 13691 del 2025  era stato accolto in parte il ricorso della dirigente che non aveva goduto di parte delle ferie perche in stato di detenzione cautelare, e  ha affermato il principio secondo cui le ferie annuali retribuite costituiscono un diritto fondamentale, non solo del lavoratore subordinato in generale, ma anche del dirigente.

La Cassazione ha quindi stabilito che la perdita del diritto alle ferie e alla relativa indennità può verificarsi solo se il datore di lavoro prova di aver invitato formalmente il lavoratore a fruirne, avvisandolo delle conseguenze della mancata fruizione. Tale orientamento è conforme alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), secondo cui l’indennità per ferie non godute può essere negata solo in presenza di una colpevole inerzia da parte del lavoratore, adeguatamente informato e posto nelle condizioni di esercitare il proprio diritto.

Anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n. 95/2016 secondo la Cassazione, la disposizione normativa interna non può essere applicata in modo assoluto e automatico, ma va integrata con i principi superiori, secondo cui il lavoratore non può perdere le ferie non godute se la mancata fruizione è dipesa da cause indipendenti dalla sua volontà, come una detenzione, una malattia o un licenziamento immediato.

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